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iO Donna – A Torino, dove l’arte incontra il dancefloor

By Settembre 25, 2026Press

Cosa succede quando un festival diventa anche museo, galleria e spazio di sperimentazione? A poche settimane dalla chiusura di Kappa FuturFestival, a Torino il dialogo tra arte contemporanea e musica elettronica ridisegna il modo di vivere la cultura, dentro e fuori il dancefloor. Come raccontano tre voci del mondo dell’arte e della cultura.

Che cosa distingue oggi un museo da un festival? Sempre meno, se si guarda al modo in cui l’arte contemporanea ha iniziato ad abitare luoghi un tempo dedicati esclusivamente alla musica. Del resto, il dialogo fra immagini e suoni ha una storia lunga. I futuristi immaginavano concerti di rumori quando Luigi Russolo costruiva i suoi intonarumori, considerati precursori della moderna musica elettronica e industrial. Negli anni ’60 il movimento Fluxus trasformò performance e concerti in un unico linguaggio, coinvolgendo artisti come Nam June Paik e musicisti come John Cage. Andy Warhol fece della musica uno dei cardini della sua Factory producendo i Velvet Underground, trasformando i loro concerti in eventi immersivi fra film, luci e installazioni. Oggi quella contaminazione trova una nuova dimensione nei grandi festival, dove il dancefloor diventa uno spazio in cui arte, musica e partecipazione collettiva tornano a coincidere.

Techno, artisti (e alta cucina)

A Torino, arte e musica sono di casa. Lo ha confermato ancora una volta l’ultima edizione di Kappa FuturFestival: 6 palchi, oltre 130 artisti, 36 ore di musica e un pubblico di 125.000 persone accorse da tutto il mondo. Anche quest’anno, l’ipnotico Parco Dora ha messo in dialogo DJ set, installazioni e sperimentazione visiva, come ci conferma Luigi Mazzoleni, co-founder e artistic director di KFF nonché owner e international sales director della storica Galleria Mazzoleni, per il quale l’idea che arte contemporanea e musica elettronica potessero convivere non è nata a tavolino, ma maturata viaggiando. «Per trent’anni ho girato l’Europa seguendo festival e DJ — racconta —. Poi, qualche anno fa, la curiosità lo porta fino al Format Festival, in Arkansas, uno dei primi a investire con convinzione nel dialogo tra musica e arti visive. C’era una line-up incredibile, grandi installazioni e perfino un’opera di Marinella Senatore. Ho capito che quella poteva essere una direzione da esplorare».

Da allora l’obiettivo è stato costruire un festival capace di offrire molto più di una line-up musicale. Gli artisti sono sempre alla ricerca di spazi e contesti nuovi: perché non portarli anche qui? Nasce così un percorso che, ai grandi nomi dell’elettronica, affianca nomi come Senatore e Cory Arcangel, noto artista che quest’anno ha firmato un’installazione site-specific per uno dei palchi. Senza dimenticare le installazioni video di macroscopiche ballerine, opera del digital artist francese Roman Lefebvre. Mentre Ali Demirel, tra i più autorevoli artisti audiovisivi della scena elettronica internazionale (nonché storico collaboratore di Plastikman, celebre alter ego techno di Richie Hawtin) firma anche quest’anno parte dell’identità visiva del Kappa FuturFestival attraverso contenuti scenici e proiezioni.

Per Mazzoleni non si tratta tanto di portare l’arte dentro un festival, quanto di abbattere una barriera culturale. «Quando ero più giovane molti miei amici erano intimoriti dall’idea di entrare in una galleria. Succede ancora oggi con tanti musei. Del resto, l’Italia è sempre stata più lenta nel comprendere le contaminazioni: davanti alla musica elettronica ci sono ancora tanti pregiudizi legati allo “sballo”, all’abuso di sostanze, idee oggi del tutto superate in altri Paesi». Una riflessione che lo riporta a uno dei primi esempi di contaminazione riuscita: il Sónar di Barcellona, dove già alla fine degli anni Novanta uno dei palchi trovava posto all’interno del Museo d’Arte Contemporanea, anticipando un modello oggi sempre più diffuso. Lo stesso movimento, osserva, sta coinvolgendo anche le istituzioni culturali. «I direttori dei musei più giovani sono sempre più aperti a queste collaborazioni perché hanno capito che aiutano ad avvicinare nuovi pubblici» racconta, citando la Fondazione Beyeler di Basilea, che da anni invita DJ a dialogare con gli spazi espositivi, o artisti e musicisti come Floating Points: «Ospite al festival C2C qui a Torino lo scorso anno, passò con naturalezza dal palco alle gallerie. Lo abbiamo accolto con gioia nella nostra sede».

Tra i programmi più speciali proposti da KFF, questa è anche la filosofia di Art & Techno, per accompagnare il pubblico fuori da Parco Dora esplorando gallerie, fondazioni e luoghi della cultura torinese. «Ogni anno il 10-15% dei visitatori arriva dall’estero. Molti vengono dagli Stati Uniti o dall’Australia. Sarebbe un peccato se vedessero soltanto il festival: l’idea è trasformare un weekend musicale in un’esperienza più ampia, capace di raccontare una città attraverso la sua scena artistica e culturale», conferma Mazzoleni.

Perché, conclude, la contaminazione è anche un modo per allargare lo sguardo. Ne è stata esempio, in questa 13ª edizione, anche la Taverna Futurista, nuovo progetto di fine dining che ha affiancato il KFF con un percorso dedicato all’incontro tra alta cucina, ricerca artistica e musica elettronica. «Nel nome del festival, “Futur” è ispirato proprio al concetto del Futurismo. E nella nostra novità food il nome non è casuale: si ispira proprio alla loro storia», conferma Mazzoleni. L’originaria “Taverna Futurista” fu infatti il primo e unico ristorante di cucina futurista in Italia, fondato a Torino da Marinetti e dal pittore Fillia. Al FuturFestival, è stata concepita come uno spazio in continua trasformazione, ospitando alcuni dei protagonisti più autorevoli della gastronomia italiana contemporanea, da Enrico Crippa a Francesco Brutto, Davide Di Fabio, Tiziana Francoforte e Dennis Panzeri, proponendo ogni giorno una diversa interpretazione della convivialità, in uno spazio delimitato da pareti in vetro perfettamente immerso nell’atmosfera movimentata del festival.

Può appassionarsi all’arte chi arriva per ballare, ma può succedere anche il contrario: che una persona non particolarmente interessata alla musica elettronica venga incuriosita da un luogo straordinario come Parco Dora. Non a caso, ricorda, uno dei primi a rimanere colpiti dalla location fu Carl Cox: «Mi disse che non aveva mai visto un festival in uno spazio così». E forse da quella capacità di sorprendere che nasce la vera identità del Kappa FuturFestival: fare del dialogo tra linguaggi diversi un’esperienza naturale, prima ancora che un progetto culturale.

Marinella Senatore: tra musica elettronica e arte

L’arte contemporanea non ha bisogno di rimanere confinata negli spazi tradizionalmente deputati a ospitarla. Secondo l’artista Marinella Senatore, cosa accade quando incontra pubblici inattesi, per esprimere fino in fondo la propria forza? «Può succedere qualcosa di molto importante: l’opera viene liberata da un’aspettativa già codificata. Chi entra in un museo sa di dover guardare un’opera d’arte; in un festival, invece, l’incontro può essere completamente inatteso e questo non indebolisce l’opera, ma può intensificarne la capacità di agire. Il pubblico non ha necessariamente strumenti specialistici e non deve dimostrare di avere compreso qualcosa. Può semplicemente attraversarla, abitarla, riconoscersi oppure esserne spiazzato. Mi interessa molto quando l’arte incontra persone che non erano venute a cercarla, perché in quel momento può diventare parte di un’esperienza reale e non soltanto oggetto di contemplazione».

Una riflessione che nasce dalla sua pratica artistica, da sempre costruita intorno ai concetti di comunità, partecipazione e condivisione. «Per me che lavoro con le comunità, i festival multidisciplinari sono un formato davvero eccezionale… All’estero, soprattutto in Nord Europa e negli Stati Uniti, sono diffusissimi; e ho avuto la fortuna di lavorare in contesti molto diversi, da Graz ad Amsterdam, da Londra a Parigi. Mi auguro che diventino sempre più diffusi anche in Italia».

In questo senso anche il dancefloor assume un significato che va ben oltre quello dell’intrattenimento: un rituale collettivo contemporaneo, dove i corpi condividono uno spazio, un ritmo, una durata, in una temporanea sospensione delle identità e dei ruoli quotidiani. Ma la presenza simultanea di molte persone non genera automaticamente una comunità. La comunità si costruisce quando esistono ascolto, reciprocità, possibilità di esprimersi e di trasformare lo spazio insieme.

Se il dancefloor condivide con la piazza la presenza fisica e l’energia collettiva, la piazza possiede una dimensione politica e civica molto forte, mentre il museo offre un diverso regime di attenzione e una maggiore concentrazione sull’opera. Sono spazi differenti, ma tutti possono diventare luoghi di relazione e di produzione di significato.

Per questo anche il luogo in cui un’opera viene collocata diventa parte integrante del lavoro. È il caso di Parco Dora, simbolo della trasformazione urbana di Torino e scenario del Kappa FuturFestival. «Parco Dora non è uno sfondo neutro. Le sue strutture conservano la memoria del lavoro, della produzione industriale e delle trasformazioni sociali che hanno attraversato Torino. Inserire un’opera in questo luogo significa entrare in relazione con una memoria già presente, senza cancellarla e senza ridurla a scenografia. Oggi quello spazio viene attraversato da altri corpi, altre energie e altre forme di produzione: non più soltanto produzione materiale, ma produzione culturale, sonora e relazionale. Mi interessa questa stratificazione. L’arte può rendere visibile il passaggio da una funzione a un’altra e mostrare come uno spazio urbano possa essere continuamente riscritto dalle comunità che lo abitano».

Quest’idea di esperienza, del resto, attraversa anche il rapporto con la musica elettronica, che Senatore sente particolarmente affine al proprio lavoro: «Condividiamo una grammatica: il ritmo, la ripetizione, la durata, la luce, la trasformazione dello spazio e soprattutto la centralità del corpo. La musica elettronica non si limita a essere ascoltata: attraversa fisicamente il corpo e modifica la percezione del tempo. Anche molte delle mie opere non chiedono soltanto di essere guardate. Costruiscono un ambiente, un contesto, orientano i movimenti, producono incontri e modificano temporaneamente il modo in cui le persone percepiscono lo spazio e la propria presenza al suo interno. In entrambi i casi, l’esperienza non è esclusivamente visiva o sonora, ma profondamente somatica».

E se qualcuno dovesse lasciare il festival con un’idea diversa di ciò che pensava fosse l’arte contemporanea? Per l’artista, sarebbe già un risultato importante. «Mi piacerebbe che scoprisse come l’arte contemporanea non sia necessariamente qualcosa da osservare a distanza o da comprendere attraverso un codice specialistico. Può essere uno spazio da attraversare, un’esperienza da vivere e una forma capace di modificare, anche solo temporaneamente, la relazione tra noi e gli altri. L’arte non deve fornire sempre una risposta ai grandi quesiti. È già tanto se può aprire una possibilità, rendere visibile qualcosa che prima non vedevamo e ricordarci che uno spazio condiviso non è mai soltanto fisico: è anche sociale, emotivo e politico».

Il circuito sabaudo della contemporaneità

Per chi lavora ogni giorno nell’arte contemporanea, Torino non è semplicemente una città ricca di istituzioni culturali: è un ecosistema in cui linguaggi diversi convivono e si alimentano reciprocamente. «Torino è una delle poche città italiane capaci di coniugare davvero tradizione e sperimentazione», osserva Silvio Salvo, responsabile della comunicazione della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo. «Qui l’arte non è un ornamento, ma una parte integrante del dibattito culturale».

È questo, secondo Salvo, il tratto che rende il capoluogo piemontese un caso quasi unico nel panorama italiano: la capacità di offrire cultura attraverso istituzioni, festival, luoghi d’incontro e comunità creative, trasformandosi in un laboratorio permanente di idee. Per chi opera nel contemporaneo infatti, conferma Salvo: «Torino rappresenta un ecosistema straordinario, proprio perché la cultura non viene percepita come un settore separato, ma come una componente viva dell’identità cittadina».

La stessa energia attraversa la musica, spiega l’esperto: kermesse come C2C, Kappa FuturFestival e Flowers Festival hanno trasformato Torino in un punto di riferimento europeo per la sperimentazione sonora, l’elettronica e la musica dal vivo, richiamando artisti e pubblico internazionale. Ma la forza della città non si esaurisce nei grandi eventi: vive anche nei club, nei circoli e nei locali. Spazi come Off Topic sono diventati veri hub culturali, capaci di produrre relazioni e non soltanto programmazione.

Poi ci sono luoghi più appartati, quasi estranei alle mappe ufficiali, ma forse ancora più eloquenti. Il Dunque, nel cuore di Vanchiglia, o la Vineria Ranzini raccontano una Torino in cui la scena underground e quella più popolare si sfiorano continuamente. Può capitare di incontrare Paolo Spaccamonti e, nello stesso momento, ritrovarsi a bere un bicchiere accanto a Max Casacci dei Subsonica. Non è un episodio eccezionale, ma il segno di una prossimità naturale tra mondi differenti: a Torino questa vicinanza tra avanguardia e popolarità è parte del tessuto culturale della città.

La stessa attitudine si ritrova nel cinema, con il Torino Film Festival, che da decenni valorizza nuovi talenti e sguardi indipendenti, e nella letteratura. Il Salone Internazionale del Libro è molto più di una fiera editoriale: è un grande momento di confronto collettivo, mentre il Circolo dei Lettori e delle Lettrici rappresenta un presidio quotidiano di pensiero, discussione e approfondimento.

Ma più ancora della quantità di eventi o istituzioni, ciò che distingue Torino è la capacità di metterli in relazione. «Arte contemporanea, musica, cinema, letteratura e spettacolo non vivono in compartimenti separati: si incontrano, si contaminano, generano nuove visioni». È questa continuità tra linguaggi, luoghi e pubblici a rendere Torino non soltanto una città con una grande offerta culturale, ma qualcosa di più profondo. Forse è proprio questa la direzione verso cui si stanno muovendo i grandi festival contemporanei: trasformarsi in luoghi dove musica, arte e cultura convivono, rafforzandosi a vicenda. Per tornare a offrire qualcosa di raro, in un tempo dominato da esperienze sempre più mediate dagli schermi, attraverso occasioni reali di incontro, partecipazione e scoperta.

Autore: VIRGINIA RICCI