Dopo avervi presentato N-Capace (2014) e N-Ego (2024), la regista Eleonora Danco torna al Tff. Lo fa con FuturFestival L’Arca del Dora, 7 minuti e 45 secondi di corpi futuristici in carne e techno catturati al Kappa FuturFestival. Co-firmato con Marco Tecce, il film è in concorso tra i cortometraggi con proiezione domani alle 15.30 al Romano.
«L’idea è di Ali Toscani», racconta Danco. «L’ho conosciuta a Londra e siamo diventate amiche. Lei lavora al FuturFestival, era rimasta colpita dai miei film e dalle extra-clip che ho pubblicato su Instagram e mi ha coinvolto nel progetto con Marco».
Conosceva il festival di musica elettronica? «Sono un’amante della techno dagli anni Novanta e la uso spesso nei miei film e a teatro, ma non ero mai stata al festival. Abbiamo fatto le riprese durante l’ultima edizione e l’impatto è stato incredibile: c’è un’energia pazzesca che si forma tra i palchi e i fiumi di persone che si muovono da uno all’altro. Sono loro il motore dell’evento e abbiamo provato a renderle protagoniste del film, seguendo un po’ il modello di Robert Rauschenberg, il suo prendere frammenti e metterli assieme, mescolando arte e vita».
Siete arrivati al Parco Dora con un canovaccio predefinito o avete improvvisato? «Avevo fatto dei sopralluoghi e sono arrivata carica di ispirazioni futuriste. La techno è nata a Detroit, la città dell’industria americana dell’auto, e per me rappresenta il suono delle metropoli, una forma evocativa, sociale e rituale, un rito dell’anima che spinge le persone a ballare assieme. Alcuni quadri di Boccioni, come Rissa in galleria e soprattutto La città che sale, trasmettono bene quest’idea attraverso l’estremizzazione di colori e impatti. La sfida è stata coinvolgere gli spettatori: loro erano lì per divertirsi, ballare, muoversi, non certo per fermarsi a fare un film».
Che strada ha seguito? «Abbiamo adottato una soluzione fisica, performativa. Non ho chiesto loro di raccontarmi perché si trovavano lì, ma ho cercato di rappresentare il ritmo e il suono della techno attraverso i loro corpi. In questo è stato davvero decisivo il montaggio di Marco».
Si è ispirata anche ai ritratti degli spettatori del festival che Oliviero Toscani, padre di Ali, aveva scattato qualche anno fa? «Stimo tantissimo Oliviero Toscani, conosco i suoi lavori, comprese quelle foto. Non posso dire che sono state d’ispirazione semplicemente perché cerco di lasciarmi guidare sempre dalla mia percezione».
C’è qualcosa che l’ha sorpresa? «La visione di quelle migliaia di persone: bellissime, erotiche, raccolte per tre giorni in un’arca lungo il fiume, desiderose di essere protagoniste di qualcosa di libero, esaltante, un’orgia di musica».
Dopo le riprese, vi si è lasciata trascinare dentro? «Non potevo, ero molto concentrata sul lavoro, ma ne ho assorbito l’energia».
Con il Tff ha una relazione speciale. «Di grande affetto, visto che vi sono passati tutti i miei film. Sarò in città ed è un onore tornare. Ma è Torino in generale che mi attrae, a partire dalla sua architettura, decisiva anche in L’Arca del Dora: quel ferro, quelle colonne, quell’aura post-industriale mi hanno trasmesso sia l’idea di un tempio greco sia di un luogo senza memoria, che non schiavizza il pensiero ma offre un senso di libertà. Una libertà che ho cercato di sfruttare trattando il parco come un giocattolo, cercando di manovrarlo, di entrarci dentro».
Luca Castelli