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Corriere della sera – Senza lavoro, solo consumo

By Luglio 29, 2026Settembre 28th, 2026Senza categoria

«Produci consuma crepa», cantavano i Cccp verso la fine degli anni Ottanta, quando il trionfo del capitalismo globale si dispiegava in tutta la sua evidenza. I versi di Giovanni Lindo Ferretti erano provocatori, ma non si può negare che descrivessero oggettivamente il mondo a venire: una società in cui l’individuo avrebbe avuto non più un valore ideale o ideologico, religioso o umanistico, ma puramente funzionale alla produzione. Prima come lavoratore, quasi sempre astratto dal vero senso della sua attività; poi come consumatore degli stessi prodotti o servizi che aveva confezionato. Il «crepa» finale era l’amaro commento a una vita del genere. Però nessuno, pur nel pessimismo evidente di quella visione, avrebbe previsto quello che sta succedendo oggi, a una quarantina d’anni di distanza: durante i quali il capitalismo, con la rivoluzione tecnologica digitale, è diventato qualcosa di radicalmente diverso, eppure di profondamente uguale a sé stesso.

Di recente, per esempio, su queste pagine si dava notizia della crisi che sta colpendo il mercato del lavoro dei call center piemontesi, in cui gli operatori in carne ed ossa stanno per essere sostituiti gradualmente ma senza scampo dalle applicazioni dell’intelligenza artificiale. Nella stessa pagina si leggeva dell’ultima puntata della crisi della ex-Fiat, con un nuovo stop della produzione e un probabile, temuto ritorno della Cig. In generale, è spettacolo quotidiano quello di un sistema economico che tende a comprimere il costo del lavoro, licenziando o strozzando i dipendenti con condizioni capestro, considerando il profitto l’unico criterio applicabile (nascosto sotto l’anodina definizione di «legge di mercato»). Per molti non è condivisibile moralmente, ma ammettiamo che per chi crede alla bontà del capitalismo sia anche accettabile, il prezzo da pagare allo «sviluppo».

Ma a questo punto sorge una domanda, dettata dalla logica del puro buon senso: se nessuno guadagna più perché di lavoro ce n’è sempre meno, chi comprerà le cose che il sistema produce? Le macchine, che non hanno bisogni materiali, se non l’energia per funzionare? È un modello che a lungo termine si ripiega su sé stesso, un modello del quale stiamo vivendo una sorta di zona intermedia.

Se uno fa un giro a Torino, infatti, sembra che sia in scena una festa continua. I ristoranti sono pieni, la gente fa la fila per comprare l’ultimo iPhone, i grandi eventi riempiono la città, al Kappa Festival si balla come se non ci fosse un domani. Forse è proprio questo il punto: sappiamo tutti, pur inconsapevolmente, che un domani – inteso come utopia, promessa o anche solo speranza – non c’è. Viviamo in un presente illusorio, che sta in piedi finché dura quello che le generazioni precedenti hanno messo da parte: soldi, proprietà, protezioni sociali.

Ogni tanto ci sono fatti che rivelano il disagio che bolle sotto il coperchio: i poveri che dormono sotto le vetrine del centro, atti di criminalità gratuita, violenze di piazza, una rabbia generalizzata di ciascuno contro il proprio vicino. Ma sono tutti sintomi autoreferenziali, senza futuro proprio come il mondo che li crea.

Il passaggio da «produci consuma crepa» al puro e semplice «consuma e crepa» ha avuto anche l’effetto collaterale di far sparire l’etica del lavoro. Nel Novecento la produzione di massa (e Torino ne è stata una capitale) ha avuto conseguenze enormi sulla vita di molte persone, ma consentiva la consapevolezza di un’identità. Essere operaio, lavoratore, ma anche bottegaio o professionista – ed essere uno in mezzo a tanti, uguale a tanti – ti dava un posto nel mondo e un senso dell’esistenza e della comunità: proprio quello che oggi è così difficile da trovare, soprattutto per i giovani.

Senza l’etica del lavoro, che creava coscienza sociale, anche le cose buone che il capitalismo ha storicamente portato con sé (il progresso, la democrazia…) tendono a rovesciarsi nel loro contrario. Come dimostra, purtroppo, la cronaca di tutti i giorni.

Autore: DAVIDE FERRARIO