Dalle fabbriche dismesse ai grandi festival internazionali, la città ha trasformato la sua eredità industriale in un laboratorio di musica underground
C’è un legame profondo tra la città di Torino e la musica elettronica, figlio di una vera e propria esigenza culturale e urbana. Conclusa la parabola industriale, la città ha riempito il cemento delle ex-fabbriche con casse, laser e sintetizzatori. Per prima in Italia ha saputo intercettare i suoni nuovi che arrivavano dall’Europa e li ha fatti propri: techno, drum and bass, dub e ricerca d’avanguardia, un miscuglio eterogeneo che ben si amalgamava con l’anima controculturale della città. Spesso accostata a realtà internazionali come Detroit o Berlino, luoghi con un passato operaio che ha lasciato vuoti in cui la sperimentazione ha trovato lo spazio per poter germogliare, negli anni Torino ha saputo costruire con continuità e credibilità una scena diventata oggi punto di riferimento nel panorama mondiale. A segnare il legame con la motor city americana, nella città sabauda fino al 2023 si è tenuto il Movement, fratello dell’omonimo festival nato negli Stati Uniti, che ha trovato lungo le rive del Po la giusta collocazione per esportare la sua versione europea.
Da queste parti, la musica elettronica ha smesso da tempo di essere un fenomeno di nicchia ed è diventata un elemento strutturale dell’identità cittadina, uscendo dai confini del clubbing per conquistare lo spazio pubblico e parlare a platee ben più grandi.
All’ombra della Mole prendono vita due dei festival più importanti a livello internazionale per chi ama il genere: il Kappa FuturFestival e il C2C, nato come Club to Club. Il primo è un’imponente macchina che ogni anno a luglio trasforma per un fine settimana le strutture industriali del Parco Dora in un grande tempio a cielo aperto per la techno e la house globale. Peggy Gou, Charlotte de Witte, Solomun, Carl Cox, sono solo alcuni dei nomi che richiamano ogni anno in città più di centomila appassionati da tutto il mondo, pronti a ballare per ore tra le mastodontiche colonne rosse d’acciaio che un tempo sorreggevano il soffitto delle Ferriere Fiat. Nato nel 2009 in occasione delle celebrazioni per il centenario del Futurismo, ha trovato la sua veste definitiva nel 2012, trasformandosi in un grande evento diurno. Nei giorni del festival l’aria in città vibra di bassi e cassa dritta, ed è facile ritrovarsi in un dj set mattutino mentre si fa la spesa al mercato di Porta Palazzo o mentre si passeggia sotto alle vetrate e agli stucchi della Galleria Subalpina.
Più scura e notturna invece l’anima del secondo, che nasce nel 2002, e nel nome racchiude le sue intenzioni: far spostare per una sera il pubblico tra un club e l’altro della città per ascoltare i dj locali. Erano gli anni in cui il sottobosco torinese pullulava di piccoli locali e la scena culturale vibrava tra quelle mura. Con il passare degli anni molti di questi sono scomparsi, fagocitati in gran parte dal crescente interesse globale per il cibo, ma il Club to Club ha continuato il suo percorso, è cresciuto nelle serate e nei numeri e ha cambiato nome in C2C, ha smesso di vagare per la città trovando casa tra le campate del Lingotto e delle OGR, le Ex-Officine Grandi Riparazioni. Un’evoluzione che guarda anche al futuro con C2C KIDS!, spin-off educativo che trasforma la sperimentazione musicale in laboratorio e gioco per i più piccoli. Nel tempo ha orientato la sua ricerca sonora verso un orizzonte più avant-pop: vicino a mostri sacri dell’elettronica come Four Tet, Kode9 e Aphex Twin, si sono alternati artisti più votati all’avanguardia come Arca, Nicolas Jaar e Sophie, Caterina Barbieri e Franco Battiato. Tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre festeggerà i venticinque anni, un quarto di secolo in cui ha riscritto in maniera importante la storia musicale cittadina.
Quando si spengono i riflettori dei festival, la Torino elettronica trova linfa vitale nel suo ricco tessuto sotterraneo, fatto di serate, collettivi e spazi indipendenti. Una forza culturale dal basso che affonda le radici nella stagione d’oro degli anni ’90 e che oggi prosegue la sua missione di incubatore creativo in spazi come il Bunker, l’Audiodrome o l’Azimut. E non va dimenticato il Jazz is Dead, festival che ha scelto consapevolmente di rimanere contenuto nei numeri per difendere una proposta più radicale e multiforme. Ideale anello di collegamento tra le due anime della città, quella più mainstream e quella underground, che restando in tensione costante garantiscono autenticità e autorevolezza al movimento.
A Torino l’elettronica non è mai stata semplice colonna sonora, ma energia con cui provare a scrivere un nuovo futuro per la città.
Autore: MASSIMO DEZZANI