Week/ender – Il Kappa crea il futuro

By agosto 11, 2017Press

A luglio e’ andata in archivio la sesta edizione del Kappa Futur Festival a Torino. Un’edizione da record al Parco Dora, sia in termini di presenze e sia in termini di partecipazione estera. Ma non solo. Il Kappa, strettamente legato al Movement, pensa gia’ al futuro. Abbiamo intervistato Juni Vitale, molto piu’ di un direttore artistico, e’ il punto di collegamento tra tutti i settori che ogni anno danno vita al Kappa Futur Festival. Seguiteci in questo primo appuntamento di “behind the floor”, un dietro le quinte entusiasmante in uno dei festival piu’ importanti del mondo.

In meno di dieci anni, dal capodanno dicembre 2008 all’Oval Lingotto, avete trasformato un’idea nel festival techno open air più importante d’Europa. Come è stata possibile questa crescita esponenziale?

Tanta passione, persuasione e pazienza. Poi ovviamente ha aiutato molto Torino, una città che ha cultura e che si è prestata per intraprendere un’avventura di questo tipo. Torino è sicuramente la città più fertile d’Italia. Poi è chiaro che ci sono molte cose da migliorare, dovuto anche dal fatto che in Italia fare impresa è molto difficile. La scena clubbing torinese, insieme a Milano, è una delle più importanti. Tra l’altro noi da cinque anni abbiamo una serata fissa i sabati sera, che è Shout! all’Audiodrome Club. Poi ci sono tanti amici che lavorano molto bene come il Genau o We Play The Music We Love.

Quella del 2017 è stata la sesta edizione, quindi un festival giovanissimo, che musicalmente si è incentrato su house e techno. Anche se ci sono state delle “ospitate” particolari come deadmau5 e Bloody Beetroots. Sono questi i generi del futuro? O in futuro vedremo stage dedicati ad altri generi?

A dire il vero abbiamo fatto un test anche con una sorta di drum’n’bass. Sicuramente i due mood principali, house e techno, rimarranno però ci guardiamo sempre intorno. Un anno abbiamo ospitato anche la band sudafricana Die Antwoord, che propongono un rock elettronico molto potente. L’attenzione verso eccellenze di altri generi l’abbiamo sempre.

Nella scorsa edizione si sono sfiorate le 40 mila presenze, quest’anno la cifra è stata superata?

Noi abbiamo dichiarato 45.000 presenze, di cui il 26% di pubblico non italiano. Di questa quota la quasi totalità è europea, però iniziamo ad avere ospiti oltreoceano come argentini, cileni, brasiliani, australiani e canadesi. La mia sensazione è che ovviamente fossero già in Italia in vacanza, però poi hanno scelto noi. Quindi è un buon segno. In totale il pubblico del Kappa quest’anno è arrivato da 49 nazioni differenti, credo sia un record assoluto. Poi comunque rispetto all’edizione 2016 c’è stato un incremento sensi- bile, ma soprattutto un incremento nel miglioramento dell’esperienza Kappa. Anche perché un pubblico variegato riduce gli eccessi, è come se le varie nazioni insieme esprimessero il meglio. I festival e in particolare il nostro format nascondono uno sforzo imprenditoriale e produttivo notevole. Primo perché abbiamo a che fare con l’ordine pubblico e quindi sicurezza. Secondo perché dobbiamo mantenerlo per così tante ore. L’impegno non è minimamente paragonabile ai grandi concerti, che durano poco e sono concentrati in uno stesso luogo. Da noi c’è una dinamicità molto complicata da governare. Tutto è andato bene anche grazie alla collaborazione con le forze dell’ordine e al piano di sicurezza.

Visto l’aumento di affluenza state pensando di allargare l’evento con un quarto stage? Oppure magari fare il doppio weekend?

Sven Vath mi ha detto di tenere il Kappa come un “boutique festival”! Nel senso di curare molto i dettagli, anche se ovviamente per i numeri che abbiamo non possiamo considerarlo boutique. Però se cresceremo lo faremo in maniera sostenibile e difficilmente andremo oltre le 25 mila persone al giorno. Dobbiamo mirare al miglioramento dei dettagli e dell’esperienza. Un’evoluzione ci sarà certamente, ma non sarà uno sconvolgimento.

Una domanda azzardata. Il Kappa potrà mai essere un franchise festival o è indissolubilmente legata al Parco Dora? Ad esempio nella prossima edizione di Sonus ci sarà una giornata Movement. Si arriverà ad un Kappa Croazia?

Il nostro radicamento torinese rimarrà fino a quando ci sarò io. Il Movement è il nostro winter music festival e il Kappa è il nostro summer music festival. Movement ha avuto l’occasione di uscire oltre i confini nazionali. In passato in Spagna e a Singapore, adesso in Croazia al Sonus al quale saremo legati per tre anni. Non escludo che il Kappa Futur Festival, magari con l’aiuto proprio del brand Kappa, possa trovare una collocazione aggiuntiva in un altro paese del mondo che apprezza il nostro brand e la nostra capacità di produzione. In effetti ci sono già degli interessamenti dal Cile, da Israele e dal Giappone. Questo testimonia quanto si percepisca dall’esterno la nostra affidabilità.

Primo festival italiano ad utilizzare il sistema cashless, lo scorso anno il patrocinio della Rappresentanza in Italia della Commissione europea. Neanche immaginabili per un festival del genere. Che progetto c’è dietro?

Innanzitutto ci sono i miei soci, che hanno girato per venti anni in molti festival nel mondo. Quindi siamo uno staff con un’idea chiara di come si fanno bene le cose. Per quanto mi riguarda la mia esperienza decennale a BasicNet è stata fondamentale. La creazione di format di musica elettronica in Italia è un business nuovo e quindi ci vorrà ancora tempo perché diventi “industria”. Industria di altissima qualità che abbia interazioni forti con il mondo della politica, dell’impresa, dell’economia e del mondo civile. Da noi non c’era nulla. In questi anni abbiamo lavorato bene e la presenza di grandi sponsor privati è segno del buon prodotto e della buona reputazione. E quindi anche i patrocini pubblici sono attestati di credibilità. Anche perché queste iniziative devono servire anche a creare ricchezza e indotto per il territorio.

Fino al 2019 il Kappa sarà parte del progetto europeo Horizon 2020 MONICA. Di cosa si tratta?

È un bando importantissimo che ha lanciato la Comunità Europea e che abbiamo vinto insieme ad altri. Il Kappa sarà quindi una piattaforma per testare nuove tecnologie. Fondamentalmente sono la carta/chip cashless, che abbiamo già a livello contabile. In futuro però è una tecnologia che dovrà essere indossata, con un braccialetto o sulla t-shirt, ma non solo. Infatti dovrà consentire all’utente di interagire con il festival stesso. Questo poi consentirebbe all’organizzazione di monitorare la dinamica del flusso di pubblico, quindi sapere dove si trova chi in tempo reale a beneficio della sicurezza. Questo test lo porteremo avanti no al 2020.

A livello di allestimenti in console avete una partnership con Pioneer, che cosa vi fornisce?

Pioneer è leader al mondo nei mixer e nella attrezzatura per dj. Ha avuto un percorso di riorganizzazione del gruppo a livello mondiale. I referenti di Pioneer Italia li conosciamo da tanti anni e vista la loro voglia di lanciarsi fortemente nel mondo del clubbing abbiamo trovato un accordo. Sono gratissimo a Pioneer, come lo sono per tutti gli altri sponsor, che ci dedichino attenzione e supporto.

Parliamo di line up. Ritorna Fatboy Slim e John Digweed (con Sascha), che insieme a Carl Cox inaugurarono il Kappa il 30 giugno 2012. Una sorta di ritorno alle origini?

Mi chiedono spesso come selezioniamo gli artisti. Fondamentalmente ci sono tre criteri. Il primo ovviamente è la nostra sensibilità e il nostro gusto. In secondo luogo la line up la fa il mercato. In ne la disponibilità degli artisti nel weekend del Kappa.

Digweed e Cox sono amici, mentre con Fatboy Slim c’è stima. Tutti e tre rientravano nei parametri. Erano felicissimi di tornare da noi. E questo ci riempie di orgoglio. Data la fortissima competizione mondiale dei festival, soprattutto in estate, è sempre un piacere vedere artisti che a parità di cachet scelgono Kappa e anche Movement. Ad esempio la concorrenza più grande l’abbiamo con gli Stati Uniti, perché pagano molto. Anche per- ché, oltre alla puntualità e affidabilità dell’organizzazione, siamo una vetrina notevole in termini di presenza di pubblico dal vivo. Senza poi contare il pubblico che segue a distanza il prima (social), durante (streaming) e dopo Kappa. C’è una comunità che noi stimiamo di 18 milioni di persone, che ovviamente fa crescere anche il festival.

Il bilancio di questa edizione 2017 quindi è più che positivo?

Il bilancio è molto positivo non solo in termini economici, finalmente abbiamo realizzato buoni numeri dopo 13 anni di sacrifici fisici e spirituali. So per certo che il Kappa, e anche il Movement, hanno contribuito a portare sorrisi e unità di intenti a Torino. Bisogna sempre essere critici, ma in modo costruttivo e quindi essere coesi.

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