La Stampa – Antonella Parigi: La cultura produce innovazione ma non deve piangersi addosso

By Aprile 19, 2017Press

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Autore: Luca Ferrua

Le potenzialità sono enormi e Torino impari a essere il traino del territorio”

Il confronto L’intervista ad Antonella Parigi nasce dalle proposte sulla cultura arrivate durante il dibattito di Venaria per i 150 anni della «Stampa»

L’assessora regionale alla Cultura Antonella Parigi era tra il pubblico della chiesa di Sant’Uberto nel complesso della Reggia di Venaria per l’appuntamento che ha concluso il viaggio della «Stampa» nel Nord-Ovest. La cultura è stata a lungo al centro del dibattito che ha coinvolto la sindaca e i governatori del Nord-Ovest.

Buongiorno assessora, il titolo del nostro incontro di Venaria «Torino officina di cultura» racconta una sfida per il territorio: crescere e guardare al futuro senza perdere la forza del passato.

Quali sono i punti di partenza?

«In ambito culturale sono tre le sfide: non disperdere quanto costruito nel passato, aprirsi all’innovazione, trovando il coraggio di modificare le modalità di gestione, e sviluppare l’intreccio tra cultura, enogastronomia, agricoltura e artigianato».

Lei è passata da player della cultura al Circolo dei lettori a un ruolo di governo. Come è cambiato il suo punto di vista?

«Considerando altri settori del welfare, mi sono resa conto di quanto la cultura si sia modificata per rispondere ai nuovi scenari: per questo il settore è stato in questi anni un grande incubatore di innovazione, cambiando come nessun altro ambito del welfare. Ho sempre più consapevolezza delle grandi potenzialità della cultura: trasformare e rigenerare i tessuti sociali, creare comunità e integrazione, generare turismo».

E quello sulla città?

«Torino passa troppo facilmente dal trionfalismo al piangersi addosso, senza trovare il giusto equilibrio. Non sono utili né i piagnistei né le esaltazioni semplicistiche: bisogna costruire una strategia che non ci veda in opposizione ad altri centri, in primis Milano, ma sappia strutturare le nostre peculiarità, che sono numerose, in un’ottica di integrazione».

Cultura e turismo sono elementi che devono viaggiare insieme e lei hai lottato per difenderli in sede di bilancio. Ma da cosa si parte quando si decide di investire in questi settori?

«Si parte da una visione, e da una strategia, ma bisogna avere molto chiaro cosa deve fare il pubblico e cosa deve fare il privato. Il nostro compito, tanto più per un ente come la Regione, è riprendere in mano i compiti di regia e indirizzo, creando anche le condizioni legislative per supportare chi opera in questi ambiti. Le gradi trasformazioni, che siano con capitali pubblici o privati, necessitano di una regia condivisa, e di accompagnamento da parte di chi amministra città e territori».

Il pubblico non può più fare da solo ma il privato va vissuto come risorsa e opportunità mentre spesso è considerato un bancomat.

Come si attraggono capitali?

«Dobbiamo essere interlocutori credibili. Agevolare chi vuole investire nel nostro territorio, impegnandoci a dare risposte certe in tempi certi e facendo aumentare nelle strutture pubbliche la capacità di dialogo con l’impresa. Diventare come enti strutture di servizio, e non di ostacolo,per cittadini e imprenditori».

Di fronte alle scelte del Comune di Torino crede che non sia giunto il momento di cambiare modello, di rinnovare?

«Il rinnovamento è già partito: molti, in campo culturale, hanno già attivato processi di innovazione, altri non ancora, e vanno accompagnati. Però ci vuole chiarezza: alcune attività possono agire in una logica di mercato, al-
tre con più difficoltà e hanno bisogno del sostegno pubblico: come musei, teatri, biblioteche e produzioni di contenuti di ricerca. Non tutti possono essere il Museo Egizio, anche se tutti devono aspirare a quel modello. E sarebbe bene ritenere la cultura necessaria al pari del resto del welfare».

I tagli altrui vi faranno cambiare strategia?

«Assolutamente no».

Torino è un traino nei settori di cui lei si occupa, ma investire nei territori non è secondario anzi. Dove sta l’equilibrio?

«Per troppo tempo si è pensato a una contrapposizione tra Torino e i territori: oggi credo che Torino debba essere un traino per il resto della regione, e viceversa. Se pensiamo al turismo, non vedo perché un turista che viene a Torino non possa spendere qualche giorno in Langa o sui laghi, o uno che va in montagna non debba venire a Torino a visitare un museo o a fare shopping. Tanto più se consideriamo le distanze, pari a quelle di Londra dai suoi aeroporti».

Cultura e Turismo sono un traino e crescono ma possono essere un strumento per arginare la crescente disoccupazione giovanile? Ad esempio puntando sui vecchi mestieri?

«Cultura e turismo hanno enormi potenzialità di crescita per l’occupazione su tre fronti: il lavoro dipendente, il lavoro autonomo e le micro-imprese individuali legate al turismo. Ambiti dove trovano posto mestieri sia tradizionali sia fortemente innovativi».

Si parla di crisi della cultura e così si rischiano di dimenticare le realtà che funzionano. Ma ce ne sono?

«Appunto, qui torniamo alla capacità torinese di piagnisteo. Basta fare alcuni esempi: la Reggia di Venaria ha registrato numeri straordinari mai fatti prima, il Castello di Rivoli è in crescita del 19%, il Teatro Stabile è un’eccellenza nazionale, il circuito di Piemonte dal Vivo gestisce con ottimi risultati 55 cartelloni in tutto il Piemonte, il Museo Egizio si commenta da sé. Per non parlare degli ottimi imprenditori culturali che abbiamo sul territorio, da Paolo Stratta con Cirko Vertigo a Maurizio Vitale del Kappa FuturFestival, da Filippo Taricco con Collisioni a Nicola Facciotto di Kalatà. Sono tutte realtà che funzionano, e di cui dovremmo andare orgoglio-
si, anziché concentrarci solo su quello che non va».

Valutate le ricadute dei vostri investimenti culturali? E se non ci sono abbandonate o cambiate strategia?

«La cultura non può essere valutata solo in termini di ricadute economiche: ci sono altri fattori importanti, primo fra tutti i contenuti. E se la cultura riesce ad essere uno strumento di crescita economica, è anche vero che il suo compito rimane quello di produrre contenuti di qualità. E questo è anche il nostro compito principale».

 

La Stampa 14.04.2017