La Stampa

By Novembre 6, 2014Senza categoria
 
 
 
«Ma niente paura: la dance elettronica non diventerà musica classica», sorride. E infatti ieri Atkins ha animato la notte più lunga del Festival Movement, che da 9 anni porta a Torino il meglio della scena mondiale e superstar dj come Ellen Allien, Chris Liebing, Joseph Capriati, Timo Maas, Moodymann. 

La musica di Atkins ha molte influenze europee. Soprattutto i Kraftwerk («Sì, li ho incontrati, abbiamo passato parecchio tempo a chiacchierare»): fu dal ritmo meccanico della loro Trans Europe Express che nacque la techno, agli inizi degli 80. Ma perché a Detroit, dove Atkins è nato e ha vissuto l’adolescenza a fianco di Kevin Saunderson e Derrick May, altri due padri nobili del genere? «La nostra musica nasceva da un’idea di futuro, cercavamo suoni inesplorati, mai sentiti prima, mentre ad esempio a Chicago l’House era influenzato dalla disco». E qui Atkins rivela altre radici europee: «Allora ascoltavo molto gli Ultravox di Midge Ure, Steve Strange, i Visage. Non li ho mai incontrati ma i loro suoni mi hanno influenzato».  

E oggi, che l’EDM (Electronic Dance Music) è dovunque, quasi fosse un nuovo pop? «Non mi sorprende quanto sia diventata comune, penso anzi che l’evoluzione della musica verso l’elettronica sia inevitabile. Ma sotto l’etichetta EDM oggi ci sono anche cose un po’ da circo, molto banali, non sempre mi piace quello che sento». Atkins è assente da anni dalle liste dei deejay più importanti o più pagati del mondo («Non so perché, lo chieda a quelli di Resident Advisor»), e spesso ai suoi concerti i ragazzi non sanno quanto sia importante per la storia della techno. Strano, in un mondo dove guardarsi indietro sembra ormai la norma. I Daft Punk con Random Access Memoriescitavano la disco Anni 70, molti nomi emergenti della Edm suonano come oscure band elettroniche degli 80, sta tornando pure la musica dei 90. «Ero a un set di Giorgio Moroder – racconta Atkins – e mi sono commosso fino alle lacrime per le sue canzoni, sono capolavori ancora oggi. Bisogna sempre conoscere le radici per capire in che direzione va il futuro». Ma in trenta e passa anni di attività, qual è stato il cambiamento più importante? «Il campionatore digitale: puoi prendere pezzi di suoni, scomporli e ricomporli e inventare qualcosa di nuovo con il calore e la passione di chi è venuto prima di te».