Clubber’s confession

By Novembre 12, 2015Senza categoria

 

Movement Torino Music Festival. Sei in Italia e ti sembra di essere all’estero.

Doveva essere qualcosa di grande. La decima edizione del Movement Torino Music Festival doveva racchiudere dieci anni di storia, dieci anni di duro lavoro, ma anche dieci di meritato successo. L’aspettativa e l’hype erano già alti in partenza che stando ai patti con il feel dell’esperienza vissuta era quasi impossibile, e lo è stato, rientrare a casa insoddisfatti. Ben 25mila persone presenti al festival torinese con annesse 50mila gambe a ballare, che neanche si sentivano vista la grande dispersione delle sale. La capienza del Lingotto è sinceramente giusta, maestosa ed onesta per un festival di caratura internazionale quale il Movement. L’organizzazione della salute del festival, quella dei token e in particolar modo della card ricaricabile, hanno poi migliorato in generale la vita del pubblico e anche –volendo– farlo spendere più del previsto, ma è essenzialmente giusto quando si fanno poche file per un servizio che merita spendere. Perché poi il vero problema italiano è sempre lo stesso, la qualità del servizio. Pagare 10 euro un drink in discoteca è una cosa normale, pagare 10 euro un drink in discoteca facendo venti persone di fila non è una cosa normale. Come spendi mangi dicono, invece no, come spendi vuoi ricevere, dicono altri. E il problema non è mai del pagante, ma di chi organizza. Potremmo avere tutto in Italia, ma questo ci manca, la qualità del servizio. Chi sa lavorare bene usando un buon metodo è chi sa guardare oltre per poi fare impresa perché, parliamoci chiaro, il bere e il mangiare in un festival coprono un ruolo fondamentale sulle economie dello stesso e, non ultimo, sulla salute del pubblico. Questo è chiaro, ma poco chiaro a moltissime organizzazioni d’eventi e festival nel nostro Paese. A quanto pare non al Movement che copre 25mila presenze e ci fa aspettare solo tre persone per prendere un Gin Tonic e solo quattro in fila per prendere una pizza da Spizzico.

I due main stage già affollati prima della mezzanotte e solo lì capisci quantitativamente how many people loves techno music. Un target medio, visto guardandomi in giro, che va dalla tenera età fino al quarantenne. In Olanda avresti potuto trovare anche tuo nonno, ma ci arriveremo anche noi in Italia, questione di tempo.

Il mio preavviso alla cieca, seppur dato già da molte dichiarazioni d’amore scritte in time table, era un titolo pre-festival chiamato “Torino ha le palle”. Uscito dal Lingotto subito dopo Derrick May in chiusura, ecco che me lo ripeto un’altra volta e quest’ultima nella mia testa. Perché ciò che vedi e ciò che balli sembra quasi essere un concetto che solo a Torino riesce a manifestarsi così bene. In Italia in generale. Se c’è una cosa di dire, detto da un milanese di nome e anche di fatto, è che a Torino le cose le sanno fare. Anzi,  quest’anno ci è scappato che le cose le hanno sapute fare bene e ancor più bene di Ieri. In questo i miei complimenti vanno a tutti gli addetti ai lavori perché parlare di djs è bello, ma prima pensiamo ai fatti veri, tutto quello che sta dietro l’organizzazione di un tale evento. Un’astronave musicale. Non è una festa da 3K persone, non è come riunire una time table da 5 artisti di forte seguito, non è nemmeno un lavoro da 3 mesi d’anticipo. Qui ci sta dietro un anno di continue occupazioni, numerosi addetti ai lavori, spese impegnative, una fiera, partners e collaborazioni potenti anche d’oltre oceano, sbagliare non è nel vocabolario, poi scendere a patti con le questioni italiane riguardanti musica elettronica/festival e licenze, gestione di un prodotto che non ha nulla a che vedere con le classiche situazioni nostrane, che quasi sembra essere più estero che italiano. Alla fine si parla di Detroit, il Movement è da lì che proviene, non si parla dunque di un’organizzazione alle prime esperienze. Nulla di simile rispetto l’anno scorso, dove le critiche ci sono state, ma dovute a un certo pubblico e ad un certo clubbing che non ci piace e che non raffigura lo spirito della club culture, non era nemmeno colpa del festival vista la “mentalità giovane italiana” arrogante ed ignorante. Quest’anno invece parliamo di nulla da aggiungere. A detta di alcuni, il “festival italiano della vita” come mi verrà sussurrato in sala Gialla nel tardo festival da ragazzi sui trentanni, non dal giovane che neanche conosce Innervisions.

Lo stage Detroit. Una situazione che non sembrava d’essere in Italia e a chi sembrava d’essere in Italia non sembrava d’essere in Italia. Un capolavoro e quasi “memoriale” alla musica techno e al movimento della musica techno. Torino, dopotutto, è la Motor City italiana e in inglese Movement è traducibile in Movimento. “La techno è in primis un movimento artistico e solo dopo un genere musicale”, questo lo diceva Jeff Mills molti anni prima di me.

Lil Luis, sentirlo su due stage differenti sotto lo stesso tetto del Lingotto non ha prezzo, solo lui vale il prezzo del ticket al festival. Nulla da aggiungere. Dal vivo è diverso da tutti gli altri. Bella sorpesa trovarselo a Torino insieme a tanti altri bravi ragazzi.

Poi arriva la sala Gialla che si mostra come la room più accogliente e di friendly impact di tutto il festival. Certo, anche in House si stava bene, ma in sala Gialla vi è stato il personale picco emotivo, non solo mio, ma anche dell’autore che scrive in back2back per questa confessione che più in basso leggerete. Belle luci e che situazione. Vorremmo più social nel clubbing inteso in questo senso che sui social network. Sandrino ha iniziato bene. Lo ascolto in apertura, è stato colui che meglio ci apre la voglia di ballare in orario così presto. La sala Gialla è stata una delle migliori situazioni viste. Alle ore 9 ci sembrava la sala più piccola da vuota, tre ore dopo sembrava contare due mila persone facili. Musicalmente e dunque fondamentalmente, mi piace usare i due avverbi perché descrivono il succo, tutti gli amanti di Innervisions erano lì a viversi i grandi nomi del Movement. Dixon e 1/2Ame superlativi, ma la mia droga preferita si chiama Enrik Schwarz e quando suona Eye Nyam Nam ‘A’ Mensuro rilasciamo le solite endorfine da bella musica; pelle d’oca, gioia, mano destra caldissima e mano sinistra ghiacciata dal bicchiere di Gin. Un disco che amo, che in live fa quasi commuovere, poi arriva Wasting My Young Years ed è libidine, una sensazione che provi raramente e ancora prima raramente scrivi. Ero fresco della sua musica perché un mesetto prima era al Wall a Milano, una scena che se lo leggi in time table ad un festival, qualunque esso sia e anche solo per un’ora di live, sai che sarai lì a sentirlo. 

Nina Kraviz: la ascoltiamo abbastanza, il Kappa Stage è già abbastanza pieno in tenera età. La siberiana a Torino sembra sempre suonare ad alti giri. Il motore della macchina techno non si è bruciato mai salendo di giri, i soliti picchi di acid che riflettono il gusto musicale della Kraviz ed infine una certa Age Of Love di quel padrino della techno berlinese, Sven Vath, che si fa sentire ed eccome se si fa sentire. Ecco, quello è stato uno trai migliori feel del festival, ma eravamo solo all’inizio.

Matthew Jonson Vs Minilogue è stato uno dei più soddisfacenti live eseguiti davanti al grande pubblico torinese, davanti lo stage Movement che sapevamo potesse essere un’ora musicale buona ed obbligatoria. Davvero un grande lavoro svolto, interamente in live, disposti a costruire quello che doveva esserci in quel del Lingotto, l’elemento vero, Live, che mancava in un main stage. Pericoloso anche, andava capito. Dopo di lui Paul Ritch, sempre in Movement Stage, bravo ma subito dopo le sonorità di Marcus Henriksson e Sebastian Mullaert insieme a Mathew Jonson non calzava. Per alcuni invece un grande Paul Ritch, ben vengano le opinioni diverse, ma quello che notiamo tutti come denominatore comune è che da lui in poi gli effetti luce e visuals iniziano a farsi vedere e il ritmo inizia a salire. Di Alan Fitzpatrick mi dicono bene, anche se in Movement rimango poco perché cambiamo quartiere. Ritorno per la chiusura di Len Faki e l’apertura di Chris Liebing. Torino is like Baghdad. Solo questo.

L’House Stage è un gioiello costruito dentro il Lingotto, viene tenuto per le situazioni più raffinate, i padri fondatori dell’House hanno mantenuto alte le aspettative, soliti dischi capolavori impressi nella storia suonati là dentro a tre metri da te, in ordine d’apparizione Marshall Jefferson, Derrick Carter, Dj Sneak e Robert Hood. Bella presa di coscienza, ogni volta, quando si esce dalla sala House, poiché una tale situazione accade raramente. Trovare questi nomi in Italia, insomma… poi Robert Hood che ci passa Thriller di Michael Jacksonche ve lo dico a fare come avrebbero detto a Little Italy qualche annetto fa.

scritto da Pier Milanese